lunedì 5 dicembre 2016

Come sono andate davvero le cose

Gli uomini e le donne non sono uguali.
Nessuna Giulietta sarebbe andata sotto un balcone, Rose col cazzo ha spostato il culone ciccioso, Decolliamo e Nuclearizziamo lo ha detto Hicks e, se David fosse stata una bambina, forse avrebbe avuto la sua seconda razione di zuppa rendendo un capolavoro della letteratura poco più di un raccontino da bar.

Gli uomini e le donne non sono uguali.

Ma, la di là delle cazzate, è una verità con la quale dovremmo fare i conti. E non me usciamo bene, cari cromosoma Yankee.
I fatti.

Entro in un bar, uno di quelli definibili American Bar da gente abituata agli apericena, ai brunch e che considera il farro il nuovo salmone. Volevano ricreare un pezzo di america degli anni '50 e, in parte, ci sono riusciti: un lungo bancone in legno che curva verso destra, sgabelli fissi con una seduta tonda in cuoio e cartelli pubblicitari dell'epoca. Una grossa vetrata alle spalle mostra più strada di quanto dovrebbe. Il problema nasce con i maxischermi messi davvero a cazzo di cane su due pareti, visualizzanti video anni '80.
Ma c'è lei.
Assurdo come guardandola tutto torni.
Entrando, mi ero perso a guardare due cretini in pigiama bianco mentre cinguettano di (non è vero, uno solo cinguetta, l'altro, repettianamente, si limita a suonare la chitarra e saltare come fosse la capitana delle cheerleaders che si trova una tetta strizzata dal quarterback del liceo), dicevo, mentre cinguetta di voler essere svegliato prima che l'altro se ne vada-vada. Quindi, non l'avevo vista. Meglio, la botta è arrivata tutta insieme, ha decisamente fatto più effetto così.
Poche volte ho avuto la netta sensazione del contrasto come ora.
Sono le cinque del pomeriggio e Marlene indossa un lungo vestito rosso. Con una mano sposta un'onda di capelli per permettere al lungo bicchiere di arrivare senza ostacoli alle labbra, rossissime anche quelle. Non capirò mai come faccia la gente a bere tutte quelle bollicine senza fare immediatamente dopo una faccia da Topo Gigio timido, io la faccio sempre, lei ne tira giù una abbondante sorsata senza nessuna conseguenza.
La luce si sta abbassando velocemente, inizio a fantasticare immaginando se fosse, se fosse buio, se il vestito del barista fosse bianco con una bustina in testa, se avesse vicino uno vestito come un giornalista a fine turno...
L'immagine è quella.
Al centro c'è lei.
Marlene in tutto e per tutto.
Mi accorgo solo ora di essere rimasto fermo un passo avanti all'ingresso con gli occhi praticamente incollati a quel buco nero d'attenzione, avanzo lentamente. Il mio caffè non ha più l'urgenza di qualche minuto fa.
Avanzo e la prospettiva cambia.
Gli ottoni del bancone sono consumati, sul piano stesso in legno iniziano a vedersi vecchie incisioni riportanti capacità non propriamente oratorie di una certa Alessia, un inspiegabile quanto onnipresente Pisa Merda e la notevole ignoranza di chi certi anni avrebbe dovuto passarli in galera, invece ha perso tempo a scrivere Alexander Supper-tramp was here con il rimando accapo a metà cognome sbagliato avendo mal calcolato dimensioni e distanze. Come anche il celebrato, del resto.
Sto prendendo tempo, è vero.
In realtà guardo lei e, avvicinandomi, si leggono le scritte che ha incise addosso, 
i fili tirati del vestito,
una dolorosa ricrescita trascurata, come anche le unghie delle mani, terminali di dita lunghe un tempo e ora ritratte in un fodero di pelle rimasto invece uguale,
i grumi di mascara,
l'espressione di chi ha visto mare a perdita d'occhio senza nessuna paura di non poter tornare indietro, circondata da tanto sfarzo da non aver nemmeno voglia di far ritorno.

Mi avvicino e Marlene diventa Milva.
L'aura del mito finisce e si scontra con un lunedì sera, la notte degli oscar si trasforma in Poggibonsi evacuata. 
Tutto torna zucca.
Ma se da quella nascono i fior, dalle zucche vengono fuori risotti che levati, la signora, tra i tanti sì pronunciati finora continua a tenere il punto soprattutto su uno: io sono io, fanculo quello che pensate, la mia dignità non la avrete mai.
Prendo posto a due sgabelli di distanza, prendo aria e, solo facendo ricorso a energie insospettabili, resisto alla tentazione di dire al barista "portane un'altro alla signora". Tutto il fascino della scena sarebbe vanificato dal mio dover sollevare una tazzina di caffè come cenno di saluto al posto del bicchierino di scotch che avrebbe avuto Mitchum, decido di lasciar stare. Mi limito a sorriderle quando incrocia il mio sguardo.
Mi fissa per un po', è chiaro mi stia studiando. 
Veniamo interrotti da un azzardato miscuglio tra una betoniera e uno di quei camion che raccolgono la differenziata.
Con voce roca e fiato da brunello, osa dire

"Sei una ladra."

La signora sgrana gli occhi, non è la sorpresa ma un accenno di rabbia quello che inizia a colorarle il viso, subito interrotto dalle successive parole di Boss Hogg.

"Hai rubato le perle ai porci e te le sei messe... in faccia al posto... degli occhi..."

La baldanza iniziale ha lasciato, nelle ultime parole, il posto ad una incredula consapevolezza di averla detta in maniera diversa rispetto a come l'aveva preparata mentalmente. Infatti non guarda più lei ma un punto indefinito collocato più o meno tra il soffitto e i lobi frontali del cervello, forse quelli dove tiene immagazzinate le figure di merda.

"Guarda, rimettiti seduto e chiudiamola qui, non sono ancora abbastanza brilla per trovarla una gaffe simpatica, trovo ancora più interessante la mia compagnia piuttosto che la disperazione."

Curtatone Montanaro riprende la via del tavolino riflettendo ancora su dove ha sbagliato, questo pensiero prende la totalità del suo essere, tanto da farlo quasi inciampare nei propri piedi nel tornare indietro.
Guardo ancora lei e cerco di indossare i panni di chi saprebbe cosa fare e cosa dire, di Humprey immediatamente prima di un decollo o di Clark sulla soglia di Tara. 
Ma non ci riesco.
Lei sa di essere osservata, non è empatia ma vera e propria lettura del pensiero quella che la fa girare verso di me alzando leggermente il bicchiere mentre fa leggermente spallucce, regalandomi un sorriso triste per cui vorrei avere la forza di combattere.
Posso solo farla sorridere apertamente quando la saluto toccandomi la tesa di un inesistente cappello ed esco. 
Sapendo che forse, quando il barista le dirà "il drink le è stato offerto", come ho detto di fare, il sorriso potrebbe essere anche dolce.

1 commento:

  1. Iiiih finalmente un nuovo post! Dopo solo un anno e mezzo. Bentornato :D

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